DESIGN PER IL SOCIALE
Giulio e Valerio Vinaccia
 

Testo integrale

Sito ufficiale Vinaccia

INTERVISTA A GIULIO E VALERIO VINACCIA,

 

DESIGN AS A DEVELOPMENT TOOL

E’ il titolo dell’ultimo libro  di Giulio & Valerio Vinaccia, che raccoglie 15 anni di lavoro nell’ambito del social design: a fianco di artigiani e artigiane  di ogni parte del mondo, dal Canada alla Colombia, dalla China alla Svezia. I fratelli Vinaccia hanno collaborato con  più di quaranta  giovani designer che si sono formati anche attraverso queste  esperienze di umanità e lavoro, vettore di amicizia, coesione e produzione di ricchezza  economica e sociale

Ci incontriamo a Milano, dove miracolosamente  ci sono tutti e due, Giulio  e Valerio, l’ uno di ritorno dalla Giamaica, l’altro in partenza per la Colombia.  Fratelli, lavorano insieme dal 1987,  nell’ambito del social e del product  design; l’uno sostiene l’altro . Più che di arredo si sono occupati di caschi, bilance, strumenti di precisione , lampade, lampioni solari..

Come avete trovato la vostra strada?

All’inizio  abbiamo provato ad omologarci al sogno italiano: designer di successo, qualche copertina, mostre e concorsi; ce l’abbiamo fatta. Poi nel ’94 la svolta. Siamo a Parigi ad una riunione di una multinazionale  di detersivi . Chiamati a decidere con tutti i product menager del mondo  quale colore dovesse avere il tappo del nuovo packaging. Dopo due giorni di discussioni ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti se non potessimo fare qualcosa di meglio , usare il  nostro lavoro per migliori cause. Avevamo ricevuto una lettera da un’ amica colombiana  che lavorava con un importante ente governativo della Colombia, l’Artesanias de Colombia, una struttura per la promozione dell’artigianato  fra le migliori del mondo. Ci è venuto così in mente di fare una proposta: raccogliere un gruppo di designer internazionali per collegarli alle realtà locali  e lavorare insieme ..la proposta è stata accolta con entusiasmo e siamo partiti. E’ stato bellissimo, nove settimane in carovana visitando nove comunità per  lavorare insieme sulla qualità dei prodotti locali in vista di una maggior benessere delle comunità stesse. E’ stato un successo, i risultati pratici ci davano ragione  e gli artigiani si sono sentiti visti e rispettati. Nessun problema nella comunicazione, dopo quindici anni di lavoro in ogni parte del mondo possiamo dire che  il linguaggio del progetto, del fare,  supera ogni difficoltà linguistica..

Cosa accomuna  e cosa differenzia le esperienze ?

Gli obbiettivi sono sempre gli stessi, cambiano le situazioni; quelli generali sono migliorare le condizioni di vita dei produttori locali attraverso un miglioramento dell’economia  e della visibilità  per dare più valore e spazio per anziani e donne, il recupero delle tecniche che si stanno perdendo. Ogni esperienza  è diversa ed esplode in tante direzioni, spesso creando dinamiche più grandi del previsto.

A questo punto della vostra vita credete ancora che si possa costruire “un mondo migliore”?

Assolutamente sì. La gente non vuole più essere oggetto di studi: analisi, rapporti, fotografie, documentari , rapporti sociali, economici, ambientali.  Arrivano gli esperti e osservano, scrivono, riportano e tutto finisce lì. Noi andiamo e lavoriamo insieme ; all’inizio non è facile, ci si misura e  la comunità ci chiede competenze e le sa riconoscere. Se fanno ceramica noi dobbiamo conoscere la ceramica ed è il lavoro che diventa elemento di coesione fondamentale, il mezzo che rompe ogni diffidenza. Non andiamo a imporre il nostro sapere, andiamo a conoscere. Ci poniamo dialogando, cerchiamo l’equità fra i mondi. Il rispetto é alla base dell’incontro, cresce nel corso del processo. Non facciamo del turismo, anzi a volte le condizioni sono dure e qualcuno di noi non resiste e torna a casa.

Quale è la scala ottimale dell’intervento?

Tanti piccoli progetti sono più importanti del grande progetto. In primo luogo si comincia dal valorizzare quello che c’è già a cominciare dalle tante persone e associazioni che si occupano di artigianato; poi è importante coinvolgere i giovani locali, gli studenti d’ arte e   di  design, se ce ne sono, per formare chi resterà sul luogo e darà continuità al lavoro.

Voi parlate di design quando incontrate i vostri interlocutori? Capiscono di cosa si tratta?

Una volta in Brasile abbiamo ascoltato una conversazione fra due uomini ; uno chiedeva “hai capito cosa è il design?” l’altro diceva “ No, però è un sacco di tempo che non mangiavo tre volte al giorno”  

Che rapporto c’è  fra l’etica dell’approccio e l’estetica dei prodotti?

Arriviamo nei luoghi, di solito quando le porcate sono già state fatte. Per intenderci la statuetta di Tutankamen a righe bianche e rosse è già nelle bancarelle. Quando la souvenirizzazione ha mortificato i prodotti tradizionali  e li fa riprodurre industrialmente in qualche paese dell’est asiatico togliendo lavoro alle comunità locali che cadono in miseria. Occorre  tornare indietro e identificare il manufatto  originale . La prima cosa che facciamo con i gruppi di lavoro è visitare i musei  locali, i siti archeologici e recuperare la verità! La chiave per l’estetica  è l’autenticità, rimette le cose a posto,  offre la direzione da seguire.

Quali mercati per questi prodotti autentici?

Possono essere mercati esteri o  interni che sanno riconoscere il valore delle cose. Nicchie di mercato per produzioni su piccola scala perché la prima regola che seguiamo è che non si deve aumentare la produzione ma il valore del prodotto.

In che rapporto stanno artigianato  e  ambiente ?

E’ un rapporto strettissimo: i manufatti, nel corso della storia, nascono in un certo ambiente con certe risorse e certe tecniche per rispondere a precisi bisogni locali; si tratta di piccoli numeri in  equilibrio con l’ambiente.  Se si vuole fare tanto e si esagera  si rompe l’equilibrio ; si tagliano tutti gli alberi e ci si ritrova come in Perù dove sono sparite intere aree boschive. 

Che differenze ci sono  fra donne e uomini?

Enormi! Tutte a favore delle donne, é molto meglio lavorare con loro , senza ombra di dubbio: sono più curiose, più aperte  e poiché rispondono della famiglia  si concentrano sul lavoro perché vogliono imparare tutto e fare il meglio che possono. Ricordiamo, a nome di tutte le donne incontrate,  una donna colombiana, Esmeralda, di circa 45 anni, con sei figli femmine  e un maschio a carico. Il marito era sull’amaca e lei faceva ceramica con una mano , ripassava la tabellina con il bambino  e mescolava con l’altra la minestra sul fuoco.  Fare artigianato rappresenta una rivalsa per le donne del mondo; guadagnare con il lavoro  migliora la loro condizione di vita e acquisiscono rispetto sociale .

Avete iniziato con i paesi più poveri e ora siete chiamati in Canadà e Svezia; a fare cosa?

E’ un trasferimento di conoscenza che avviene dai paesi poveri ai paesi ricchi. Stiamo lavorando con comunità di Lapponi nel Nord  della Svezia  per riqualificare con loro la produzione di porte che il Governo ha impiantato per sostenerli;  in una cultura in cui le abitazioni non hanno porte , è almeno strano avere trovato questa soluzione. La situazione era disperata , insieme abbiamo rilanciato la “Polar doorren ”, fabbrica di porte con decorazioni tradizionali lapponi.  In Canadà , dove siamo stati chiamati a collaborare alla realizzazione di una  mostra sulle nazioni indigene canadesi per il 2013, si é fatto una controproposta: la mostra la fanno gli indigeni  e noi li accompagniamo nel processo. E’ una forma di design partecipativo con le comunità locali che ha ideato  e coordina  una donna d’ eccezione,   Elisabeth Kaine , di origine irlandese e indo americana,  che progetta con le comunità native americane . Non mancano gli sponsor, dalle università al governo sono tutti pronti  a sostenere e dare contributi.

E da noi? Come è la situazione dell’artigianato nei paesi europei ?

In Spagna la situazione è molto avanzata , esiste un’associazione  autonoma degli artigiani, “ Oficio y Arte” , che in ogni regione ha un centro di sviluppo che funziona davvero bene; ovunque si è conservato l’artigianato di tradizione. In Svezia esiste  la National Swedish  Handicraft Council che appoggia molto i progetti  dei giovani designers.In Francia il SEMA, orientata soprattutto ai mestieri artistici, promuove giovani artigiani. In Italia gli autoproduttori esistono, frutto di una cultura diffusa del design che si sposa ai diversi saper-fare,  ma non ricevono alcun aiuto dallo stato e l’artigianato tradizionale è lasciato a se stesso con perdite incommensurabili. In Inghiletrra il  Craft Council’s fa un ottimo lavoro .

Per  finire, la felicità  e il benessere sono uguali in tutto il mondo?

La sostanza è comune, cambiano le sfumature. Alla base  ci sono l’amore, il nutrimento e la tranquilittà; come diceva nostra nonna “ latte, lana, letto”. Inoltre, e non sembri una banalità, i poveri , non coloro che sono stati  ridotti alla miseria, sono più felici dei ricchi. La qualità degli artefatti è più alta nei paesi  meno sviluppati; al maggiore sviluppo economico corrispondono appiattimento , banalizzazione , insostenibilità nell’ambiente  e nella società.

Siete aperti a nuovi collaboratori?

Chi desidera può contattarci tramite il nostro sito www.vinaccia.it. Fino ad oggi abbiamo lavorato con circa 50 designer , donne  e uomini di molte diverse nazionalità. 

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