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IN VIAGGIO CON LISETTA
di Clara Mantica
da “Le cinque vite di Lisetta Carmi” di Giovanna Calvenzi

(edizione Bruno Mondadori, 2012 / edizione Contrasto, 2023)
 

L’ultimo biglietto che ho spedito a Lisetta da Plum Village (sede della Comunità dell’Interessere di Thich Nhat Hanh ) diceva “sono consapevole dell’importanza della tua presenza nella mia vita; i fondamenti che ho acquisito nell’ashram mi permettono
di andare ovunque”.
Ho conosciuto Lisetta nel 1981 a Cisternino in Puglia. Lei era la responsabile dell’Ashram di Baba Ji. Io trentunenne – comunista e femminista - non cercavo maestri e spiritualità anche se negli anni dell’adolescenza un piccolo Vangelo era
stato il mio porto di silenzio e raccoglimento. Nemmeno Lisetta quando è andata in India, e si è ritrovata al fianco di Baba Ji amata e accolta senza condizioni, cercava un maestro.
Il cammino di sorellanza con Lisetta inizia allora, alla ricerca di quella felicità personale che, unica possibile, è tutt’uno con quella collettiva. “Sii felice. Se tu sei felice anche il mondo è felice” dice Baba Ji. Ci uniscono la sensibilità alla sofferenza, alla bellezza, l’operosità, l’attenzione al prossimo, la necessità di giustizia, l’aspirazione al miglioramento di noi stessi e del mondo. Coscienti di essere quello che facciamo e che la pace dentro di noi conduce alla pace intorno a noi.


Lisetta, creatura libera e pura che si muove nel mondo senza pregiudizio, con apertura al diverso e rettitudine esemplare, è stata la porta migliore che potessi aprire per entrare nella ricerca spirituale. Ferma nei suoi principi, ancorata a quel senso del divino che la protegge e la fa sentire parte del Tutto. Gioiosa. Capace di trasmettere e farsi capire in “semplicità, verità e amore” a partire dalle esperienze della vita,
piccole e grandi.
Mille volte le sue parole, il suo sorriso, la sua voce forte mi hanno sostenuto, ridato coraggio e direzione. “Ciascuno deve essere un esempio per gli altri, non c’è altra strada” quante volte Lisetta me lo ha ripetuto, per telefono o per lettera; quelle meravigliose buste che conservo con la sua calligrafia ampia e disegnata, sempre ornate da un timbro con Ganesha che lei, ogni volta, colora a mano.
Nel tempo ho cercato-cercato-cercato la mia strada, sempre condividendo i miei passi con Lisetta Janki Rani (il nome che le ha dato Babaji: regina Janki); sentendoci al telefono la mattina presto o vedendoci a Milano, in Puglia o a Roncegno dove va per
mantenersi in salute. Da lei è venuto l’incoraggiamento, costante e paziente, a sintonizzarmi con quello spazio comune alle creature, alla terra, alle acque, ai cieli che unisce, che non fa sentire soli; che ci dà la coscienza che siamo interconnessi.
Quel divino che ci aiuta a integrare le differenze, a cercare i punti di unione, a conciliarci con l’alterità.

L’ashram di Cisternino
L’ashram è stato per me e per migliaia d’altri esseri un luogo di accoglienza e apprendimento. Si trova in Valle d’Itria, territorio dei trulli. Ci sono arrivata per caso nell’agosto del 1981. Mi sono fermata perché era un luogo di pace, bellezza e solidarietà e perché c’era Lisetta che lo guidava, forte e amorevole.
Per starci dovevamo osservare delle regole.
Le regole mi piacciono: siamo in tanti e c’è bisogno di rispettarle per armonizzarsi e convivere; da sempre sono attratta dalla vita comunitaria e l’ashram è una comunità di persone che condivide il piacere di stare insieme in “amore semplicità e verità” meditando con il canto e le varie cerimonie del fuoco, lavorando, mangiando, dormendo. C’era chi restava mesi, chi pochi giorni , chi veniva in vacanza, come ho fatto anche io per tanti anni. Un’umanità mista: poveri e ricchi, malati e in salute, anziani e giovani, devoti e curiosi. Dormitori per uomini e dormitori per donne.

Molta India negli abiti e nei colori: spesso andavamo dal gelataio in paese, ben visibili anche per quei segni rituali giallo-arancio che avevamo dipinti sulla fronte. Cisternino allora era intatta, una cittadina bianca e immacolata, senza turismo, e noi eravamo guardati con curiosità ma mai con ostilità. Lisetta aveva fatto un ottimo lavoro di integrazione con i paesani, il sindaco, i carabinieri e i contadini tanto amati.
L’ashram era diventato parte del territorio, visitato da molti che hanno conosciuto così la Valle d’Itria e hanno acquistato trulli; tanti si sono trasferiti e vivono lì. Il turismo è decollato.
Le giornate erano scandite dai riti: se volevi cantavi se no ascoltavi, ed era bello lo stesso; nel piccolo tempio, quello originario nel trullo, si entrava suonando la campanella e subito si era accolti dalla grande foto di Baba Ji (fatta da Lisetta) che guarda chi lo guarda, compassionevole e bellissimo. A terra c’erano i cuscini e i libretti dei canti (in sanscrito), vari strumenti a disposizione di chi voleva suonare e fiori. Era bello stare seduti anche da soli; nel fresco, profumato di incenso. C’era tanta pace.
Al piccolo tempio era seguita la costruzione del tempio principale, copia conforme di quello di Herakhan. Ogni volta che ci sono andata l’ho trovato sempre dipinto con colori diversi: rosa e bianco, oppure dorato, o con tutti i colori dell’arcobaleno. Tante campane e il suono del corno che si diffondeva nell’aria. Ci si raccoglieva la mattina all’alba e al tramonto e ci si inchinava di fronte alle murti, piccole statue che
nell’induismo sono considerate “viventi”.
Da parte mia (sessantottina) mille pensieri sui simboli, sulle pratiche e sull’ appartenenza a un cammino religioso. “A cosa devo credere? Cosa devo fare? Cosa voglio fare? ” Sono state prove forti che mi hanno aiutato a trovare la mia libertà. Di sicuro l’induismo mi ha aperto le porte del “divino che è in noi” con tutti i suoi multiformi aspetti: distruzione, costruzione, mantenimento; femminile, maschile,
inconscio, sessualità, agio, paura, amore. Un universo forte e cangiante in cui riconoscersi per trovare la scintilla dentro.
Non ero sola con le mie domande, altri se le ponevano e Lisetta era presente, esempio da seguire, libera di sé. C’era ogni volta che la cercavo: l’amicizia era cominciata.
Fondamento della pratica dell’ashram è il karma yoga, che Baba Ji e Lisetta dicono essere la più potente delle meditazioni; significa “lavorare senza interesse personale”, essere presenti a quello che facciamo con concentrazione e dedizione. A chi vi soggiorna viene affidato un compito: aiutare nell’orto o pulire i gabinetti o stare in cucina, quello che serve. Il mantra Om namah shivaia accompagna le azioni e aiuta a stare nel presente. Più lo si ripete e più la mente si svuota del passato e del futuro.
Alla lettera vuole dire “Mi inchino a Shiva” ma ciascuno traduce un po’ a suo modo; a me piace interpretarlo come “ lascio andare … accolgo… mi apro” , mi aiuta a vedere meglio intorno a me.
L’ashram era luogo di sperimentazione di pratiche ecologiche, allora non me ne occupavo e c’era poca attenzione in giro. Lisetta è stata una pioniera: dalla ristrutturazione dei trulli con tecniche e materiali locali, alla costruzione di nuovi
locali con criteri bio-architettonici, alla coltivazione biologica degli ortaggi, all’invito rivolto ai giovani a tornare a lavorare la terra. All’ashram è stato ospite anche Masanoba Fukuoka, autore di La rivoluzione del filo di paglia, agronomo e saggio giapponese che praticava e insegnava un modo di lavorare la terra senza snaturarla.
Dal Giappone a Cisternino solo perché credeva alla funzione formativa dell’ashram. Tante persone di grande qualità sono arrivate nel corso degli anni a portare i loro saperi.
Si cucinava in silenzio e si mangiava in silenzio: alimenti a km zero, esclusivamente vegani ad eccezione forse del latte della mucca. Si utilizzavano le risorse (acqua, gas, energia) con grandissima parsimonia; ognuno aveva la sua ciotola per mangiare e ci insegnavano a lavarla perché l’igiene fosse garantito senza sprechi. Acqua preziosa, più che mai l’estate e in Puglia. E’stata la prima volta che ho capito che ciò che utilizziamo ogni giorno non è né scontato né inesauribile.

Lisetta, la libertà di essere
Non ama definirsi, ma di sé qualche volta dice “Sono ebrea e comunista”. Però non l’ho mai sentita dire “Sono induista” per quanto il suo maestro si sia manifestato in questa tradizione. Di recente le ho chiesto “Cos’è per te la spiritualità?” E mi ha risposto “Vivere in verità, semplicità e amore, dire 25 ore al giorno il mantra Om namah shivaia e fare karma yoga”. Lei incarna nel sorriso e negli occhi, nel modo di fermarsi e guardarti, chiarore e gioia profonda. Non si lamenta mai e professa la gratitudine: “Fa caldo, fa freddo, dormo o non dormo, ho male ai denti oppure no ma sempre ringrazio di non essere sotto le bombe e avere l’acqua che sgorga quando apro il rubinetto. Pensa a quei poveri popoli che devono lasciare la loro terra …“.
Essere nel Tutto con agio assoluto le permette di essere nelle cose grandi e piccole con lo stesso grado di intensità. Stira, lava, stende i panni sulla terrazza con la stessa partecipazione con cui consiglia qualcuno, lavora ad una mostra o legge Se questo è
un uomo per l’ennesima volta, tutto d’un fiato.
Da qualche anno non guida più l’ashram ma lo frequenta. Non resta invischiata nei ruoli, è capace di staccarsi dalle esperienze (quelle di pianista, di fotografa, di guida spirituale) in un istante. Come il frutto maturo quando cade dal ramo.
E’ una grande comunicatrice. Le piace raccontare episodi di vita vera per esemplificare quello che vuole dire; mai parla per astrazioni; le esperienze sue o di altri sono le sue parabole.
Sono stata in visita tante volte al suo trullo, dove dal 1981 al 1986 ha vissuto con la mamma quasi centenaria ( a cui avevo fatto una bella intervista registrata).
La ricordo al suo tavolo da lavoro scrivere tante lettere, infaticabile fin dalle prime ore del mattino. Alle sue spalle le foto del padre e della madre, lui bello e fiero, lei bella e malinconica.
Andare in giro con lei a Cisternino è un’esperienza: tutti la salutano; a volte parla anche con chi non conosce. Come all’ufficio postale, con una donna con la faccia triste a cui chiede “Perché sei triste?”; oppure quando un bambino piange gli dice “Perché piangi?” e cerca di capirlo e ai genitori dice di non insegnare niente ai loro figli, solo essere degli esempi.
Si veste con lunghe gonne e camicioni che le cuce, con stoffe orientali, un’amica sarta di Cisternino. L’ultima volta aveva una camicia rossa, sgargiante, portata con grande disinvoltura. La sua figura si è curvata negli anni ma è tutto meno che una donna piegata. Da quando la frequento so che le anime pure non si incarnano per forza in corpi evanescenti, in voci sottili e in passi leggeri.

Babaji e il fuoco sacro del suo ashram di Cisternino / Babaji and the sacred fire of his ashram in Cisternino

testi di / written by Lisetta Carmi Janki Rani

pubblicazione a cura di / published by Clara Mantica

impaginazione di / layout by Antonia Teatino

Questo libro di piccolo formato è stato editato nel 2016,2017,2021 in qualche centinaia di copie.

Contiene i testi autografi di Lisetta, scritti nei primi anni 90, che raccontano del suo rapporto con Babaji e con l'ashram di Cisternino.

Prima di essere pubblicati Janki distribuiva questi testi in forma di dattiloscritto.

Dal dicembre 2023 sull'enciclopediadelledonne.it è pubblicata la voce Lisetta Carmi Janki Rani a cura di Clara Mantica

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