Aggiungo alla premessa di Maurizio Corrado poche osservazioni per supportare la sua speranza che condivido. Anzi, quella dell’incontro e del dialogo pare, a me, Tunica direzione possibile.

Sono una giornalista, mi sono occupata qualche volta di bio-architettura, sostengo quando posso i progetti etici, sono partita per alcuni anni in un luogo remoto in Europa a cercare di costruire, oltre ad una casa anche una piccola realtà comunitaria che fosse “Giusta”.

Da non molto sono tornata a Milano - ci sono nata - e non è stato facile per niente. Adesso vivo su un gran viale trafficato.

A memoria della natura - avevo campi e l’orto e orizzonti mozzafiato - ho tre davanzali con piante e fiori, dei rampicanti e qualche minerale, il più plateale è un quarzo a molti pinnacoli; in casa, raccolti come in un boschetto, semi di avocado, patate, tuberi, papiri che mi piace vedere svilupparsi nei vasi di vetro o anche in quelli di terracotta. Si è aggiunto da poco uno ionizzatore che ho messo vicino alle piante.

Un paesaggio addomesticato, frutto di mediazione ma anche di fantasia, rappresenta per me quel punto di collegamento, conquistato a piccoli passi, fra un’esperienza integrale (fors’anche integralista) vissuta in una natura incontaminata e solitaria e la rinnovata esperienza metropolitana. La finestra che ride è soglia di dialogo fra me e me, e me e gli altri.

A proposito di dialogo, mi piace portare tre esempi che mi hanno arricchito e magari serviranno a qualcun altro.

Il primo è l’incontro con un uomo straordinario, Raimon Panikkar. E’ andata così: la televisione svizzera ha proposto all’Auditorium San Carlo - nel centro, di Milano, poco lontano dal Duomo - un ciclo di filmati sulla figura e il pensiero di Panikkar. Nel giro di tre settimane, per quell’efficace mezzo di comunicazione che è il tamtam, le persone interessate ad ascoltarlo si sono straordinariamente moltiplicate fino ad essere incontenibili nell’auditorium parrocchiale. Per una vera fortuna, Panikkar - che è stato premiato come “ Maestro del nostro tempo” con il Premio Nonino 2001 - sulla strada del ritorno è venuto Milano ad incontrarci. Quella sera, in migliaia, abbiamo riempito l’emiciclo della Chiesa di San Carlo - pianta tonda, luogo assembleare per la popolazione cristiana della città - e lui ci ha accolto con lunghi minuti di silenzio: “chi sa stare in silenzio, sa ascoltare e chi sa ascoltare sa parlare”. Panikkar è un sacerdote cristiano, teologo erudito, che ha incontrato nella sua lunga vita - fra India, California ed Europa - l’induismo e il buddismo e li ha integrati nella sua esperienza di fede . Il suo invito è ad incontrare l’altro riconoscendolo come una parte di sé; a porci le domande dell’altro affinché il dialogo si instauri in primo luogo fra le nostre parti (“possiamo imparare dagli altri tutto quello che siamo disposti a imparare da noi stessi”); a riconoscere la polarità come ricchezza; a trasformare creativamente il conflitto in occasione vitale. Creatività, coraggio, pazienza e intelligenza per creare incontri fra religioni, fra culture, fra discipline (aggiungo io). Per questo Panikkar ha avuto tanto ascolto? C’erano cristiani delle comunità di base, parrocchiani, monaci zen, laici, vecchi e giovanissimi.

Certo, anche il sorriso di Pannikar ha la sua importanza: non si smorza mai e a me fa l’effetto della mano di un padre che ti aiuta ad attraversare la strada. Cito dal “Dialogo intrareligioso” di Raimon Panikkar: “ Nessuno può decidere a priori che cosa significhi l’umanizzazione dell’uomo, il quale , d’altra parte, non può totalmente dipendere da una sola antropologia. Occorre dunque , non una metodologia, ma una metodica specifica che si apra il cammino nella e attraverso l’interazione reciproca e il possibile arricchimento delle diverse religioni e culture tra loro. E’ necessario un dialogo dialogico. Tale dialogo dialogico, che differisce dal dialogo dialettico, si fonda sul presupposto che nessuno può accedere all’orizzonte universale dell’esperienza umana e che solo evitando di postulare unilateralmente le regole di un incontro, l’uomo può avanzare verso una comprensione più profonda, più universale, di se stesso e, attraverso di essa, avvicinarsi alla propria realizzazione. A questo punto del nostro sviluppo, voler umanizzare l’uomo secondo un sistema precostituito, anche se tale procedimento potrebbe essere convincente per certuni, equivarrebbe a ripetere lo stesso errore che hanno fatto tante tradizioni religiose convinte di possedere la verità o di avere il dovere, e perciò il diritto, di proclamare il loro messaggio di salvezza. Nessun uomo può essere escluso dal compito di umanizzare l’uomo: nessuna tradizione umana dovrebbe restare silenziosa in questo compito comune.”. Raimon Panikkar ha scritto moltissimi libri.

Secondo esempio sulla strada del dialogo, è quello raccontato dal film “Il gusto degli altri”. E’ il primo lungometraggio di una giovane regista francese, A. Jaoui, che nel film recita la parte di una cameriera, “libera di sé” che per paura di rinunciare alla sua “libertà” perde l’occasione di un amore, forse quello grande, con un uomo decisamente diverso da lei, per costumi e forse per appartenenza politica. Ad altri personaggi del film va meglio: l’incontro (creato dal caso e poi coltivato dalle intenzioni) fra consuetudini diverse, culture e abitudini produce nuove aperture e trasformazioni salutari.

Terzo esempio è quello che mi offre un amico, Tarshito Nicola Strippoli (designer e artista di cui ho curato un libro di recente pubblicazione “Tarshito, meditazione e design”) che da anni lavora alla creazione di una iconografia contemporanea tesa a congiungere sacralità e quotidiano. Lo fa insieme agli artigiani, italiani, nepalesi, indiani, con cui condivide lo sforzo di passare dall’idea alla messa in opera. Gli oggetti che illustrano questo mio testo sono fra le sue opere più recenti realizzate con alcuni artigiani indiani, fatte e mostrate nell’ambito di una mostra a lui dedicata dal Crafts Museum di New Delhi. A partire da culture, lingue, codici diversi si è creato un universo di segni e cose che indicano possibili traiettorie evolutive nell’incontro fra Cielo e Terra (la miniatura dell’uomo albero) nell’esercizio dell’Ascolto (l’uomo e la donna vaso) e nel dialogo fra le diverse parti del Pianeta, etnie e culture (la tartaruga che porta il mondo, geografia reinventata, sacralizzata da una preghiera di unione).

Buon lavoro a tutti e grazie per questo spazio
1 marzo 2001

SOSTENIBILITA’ Natura e progetto 

Testo integrale

 
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