MEDITAZIONE
Shama Designer shamana

Testo integrale

 

Lavoro da qualche tempo alla comunicazione del progetto di Shama Cinzia Tandoi, nata a Corato nel 1955 e morta in una casa della campagna toscana il 10 novembre del 91. Poco più di quattro mesi fa. Ho costruito un archivio del suo lavoro, fatto di dise­gni, pubblicazioni e diapositive,- ho preparato un pic­colo libretto in fotocopie dove ho raccolto interviste da lei rilasciate, testi e indicazioni.

Ho concepito questo intervento alla Triennale come l'occasione di affermare la sua esperienza cer­cando di conoscerla e di capirla di più per trarne spunti di progetto.

Siamo state amiche e colleghe, ci siamo date aiuto e stimoli, ma ultimamente nei nostri incontri parlavamo poco delle nostre ipotesi di lavoro, più che altro le condividevamo facendo esperienza l'una dell’altra. Così, per me, attraversare la sua storia professio­nale, cercare di costruire l'archivio, guardare nelle sue cartelle, andare a visitare le case da lei proget­tate, ha significato esplorare un mondo nuovo.

Per questo quello che oggi restituisco è parziale.

E quello che io so del suo lavoro. Altri hanno altre tessere che sarebbe bello, piano piano, ricom­porre.

Incontrare Shama significa intravedere un mondo cangiante, antico e avveniristico insieme. Riferito alle origini della civiltà e proiettato verso piani di nuova coscienza che attendono l'uomo di questa era.

Le figure del suo mondo sono le simbologie induiste, i tarocchi, i disegni degli alchimisti, le architetture di terra del Mali, il suo Castel del Monte (a due passi dal luogo dove è nata), i decori delle donne indiane, le facce disegnate di uomini africani, le divinità brasi­liane, i cristalli, gli animali sottomarini e molto altro: appreso con naturalezza, verrebbe da dire senza sforzo, da quella memoria della specie che è a di­sposizione di tutti ma di cui pochi fanno uso.

Quello che emerge dalla sua esplorazione è una capacità di attraversare religioni, continenti e culture raccogliendone le eredità ed elaborandole per co­struire nuovi linguaggi e artefatti assolutamente con­temporanei, se vogliamo persino profetici. Non si ferma alle forme, contatta il ventre delle cose, inter­preta e si nutre di simboli.

La ragione per cui tengo alla diffusione del suo la­voro è che penso che la sua attitudine a incontrare Poltro", il diverso da sé (sia esso civiltà, metropoli, razza o persona), in modo attento e rispettoso, pro­fondamente concentrata nell'ascolto e nella volontà di capirlo e di farsi capire, sia una attitudine determi­nante da coltivare: l'essenza dello sviluppo delle ci­viltà, la condizione per la sopravvivenza stessa della specie.

Credo infatti che alla radice degli squilibri dell'am­biente, quello dentro e quello fuori da noi, ci siano relazioni insufficienti - o addirittura assenti - fra le molte parti che ci costituiscono e che compongono la realtà.

Penso che questo derivi dalla gran paura che ab­biamo, come singoli e come gruppi, di essere messi in crisi da ciò che ci è altro, diverso. Di dovere cam­biare qualcosa di quello che già sappiamo, di af­frontare trasformazione e conflitti.

Abbiamo creato mondi in cui le differenze si fanno la guerra e gli opposti (il maschile e il femminile, l’edo­nismo e la spiritualità, il contingente e l’eterno, l’arti­ficiale e il naturale), al posto di dialogare cercando sempre nuovi piani di incontro, si intralciano a vi­cenda. Al posto di aiutarsi a vivere, si ostacolano lanciandosi sfide.

Oggi almeno un miliardo e mezzo di persone vive in assoluta povertà, l’85% delle risorse del mondo è consumato dal 23% della popolazione mondiale. Nel 2025 si prevede che 10 miliardi e mezzo di persone popoleranno il pianeta: il 90% dislocate nei paesi in via di sviluppo.

Ancora oggi la maggior parte delle donne non ha parola.

Il mito della modernità è in declino, il corpo delle differenze - sessuali, etniche, religiose - sta mi­nando alle radici il mito dell’efficienza, dell'ordine capitalistico e patriarcale, della razionalità.

E il tempo della pluralità, del molteplice, della rela­zione tra i soggetti e le cose del mondo, lo credo che il segreto della salute sia nel fare incon­trare e dialogare le parti. Nell’imparare di nuovo dalla natura il tempo, la cura e la pazienza.

Nel cedere allo stupore.

Nella volontà di manifestarci agli altri e di creare occasioni di confronto elaborando linguaggi e modi affinché la comunicazione sia effettiva, cioè a dop­pio senso.

Nel ricollegarci ai saperi tradizionali salvando e in­crementando della scienza e della tecnologia ciò che ha legami conseguenziali e rispettosi con le leggi della natura e dell'universo.

Nel coniugare l'essere con il fare. E’ il tempo di assumerci la responsabilità di indicare delle direzioni che tengano conto dell'interdipen­denza fra le parti del pianeta e dell'essere umano, coltivando relazioni di reciprocità fondate sul ri­spetto.
È certo arrivata l'ora di integrare il codice dell’este­tica con quello delle relazioni fra mondi, e in base a questo nuovo codice rifondare il progetto e la sua critica. In questa direzione Shama ha lavorato dal 1980 al 1991; dopo avere frequentato il Dams a Bologna e Architettura a Firenze, torna con Tarshito a Bari, dove nell'82 fondano Speciale, primo negozio di ar­redamento di tendenza, poi luogo di progetto, mo­stre, incontri fra sud e nord, fra occidente e oriente. A Speciale passano e sostano Mendini, Marano, Vigo, Pettena, Dolisi, Bronzi, Deganello, Oste, Pala­dino, Merz e tanti altri autori anche meno cono­sciuti.

La mia narrazione sul lavoro di Shama parte dall’86, anno in cui l'ho incontrata e che corrisponde per lei ad un grande momento di trasformazione: lascia Speciale e si avvia a quel nomadismo, culturale ed esistenziale, che caratterizza i suoi ultimi anni.

Ho conosciuto Shama al Museo Alchimia per quella mostra “Riti lontani della casa” del 1986 a Milano che rimane una delle più belle che io abbia mai visto. Ricordo che nella sala sotterranea affollatissima mi sedetti sotto l’ombrello di rame di "Nelson e Winny” dedicato ai Mandela e ci rimasi tutta la sera. Le per­sone che conoscevo e che passavano di lì si sede­vano vicino a me sullo stesso sedile rotondo e ci veniva una gran voglia di stare insieme, intimamente protetti da quel grande ombrello sulla testa.

Rimasi colpita, queste sono le parole giuste, dalle cose che vedevo: tavoli con bracieri, sonagli, agate, rame, fuoco, spirali, e da Shama e Tarshito, belli ed eleganti tutti e due. Lei aveva i capelli molto corti e il diadema sulla testa con quel brillante sulla fronte, fra gli occhi, che tremava ad ogni movimento perché c’era una piccola molla a tenerlo. Così la luce si spargeva ancora di più.

In tutto c'era leggerezza e molta intensità.

Ci siamo tenute in contatto, ma l'altro incontro vero, quello che ha dato inizio alla relazione profonda fra me e Shama, è dell’aprile 1988. Shama e Tarshito si erano nel frattempo separati e lei aveva lasciato Speciale.

In quell'aprile dell’88 si svolgeva a Speciale la mo­stra “Beneaugurando”, dove Tarshito l’aveva invi­tata insieme a Pettena, Marano e Mondino. Shama aveva scelto la soffitta “dimenticata da tutti” per farsi piccola e stare vicino alle stelle. Era stufa di eventi, celebrazioni, riti importanti, e aveva voglia, dopo un recente viaggio in India con Nicola, di pensare a piccoli oggetti di grande serie che entrassero dolcemente, normalmente, nel quoti­diano della gente. Così come in India, mi raccon­tava, le persone, anche se vivono sui marciapiedi, accendono il loro lume e hanno piccoli oggetti che possono portare in tasca, graziosi e magari anche sonori per mangiare o per celebrare.

Dal viaggio a Bari e dall’incontro con lei, Tarshito, Marano e Pettena, ho ricevuto tanto che è nato “Mu­tamenti”, un quaderno supplemento di Gap Casa che è stato presentato e distribuito in occasione del Salone del Mobile del 1988.

E una delle cose che ho fatto che mi piace di più; ci si può leggere l’intervista a Shama e quel messaggio bellissimo che è “Welcome", che dà il benvenuto alle intelligenze cosmiche (ma io non sapevo bene cosa fossero), alle donne in azione e agli uomini di cuore.

Questo invito alle donne e agli uomini mi aveva in­vece colpito molto. Lei diceva di uomini che dove­vano imparare a guardarsi dentro, ad ascoltare, a darsi tempo anche a costo di sospendere o rallen­tare le loro attività verso l’esterno, alle donne diceva con determinazione e grazia che dovevano pren­dersi la responsabilità di azioni mirate verso il so­ciale.

Shama manifestava sempre quello che pensava, es­sendo uguale a se stessa in qualsiasi luogo e con qualunque persona. Nelle azioni di ogni giorno, nelle scelte semplici e in quelle più difficili, esprimeva l'integrità fra l'essere e il fare. Era il suo grande elemento di forza e di fa­scino per chi l'ha conosciuta. Non era per niente ideologica, mai che si mettesse a parlare con l’aria di volere convincere. Quello che mi ha insegnato mi è entrato dentro con calma e naturalezza, non me ne sono quasi accorta mentre accadeva. Di fatto impreziosiva con la sua presenza luoghi ed esistenze. La sua guida era il rispetto per sé, per gli altri, per il pianeta. Il suo asse la relazione fra terra e cielo, fra quotidiano ed eterno, fra fare ed essere, fra la ma­teria e il divino. Ha vissuto anche la sua malattia come luogo da esplorare e ha sperimentato saperi antichi e mo­derni, rifiutando la chimica perché le toglieva forza e consapevolezza, così mi disse. A Milano è venuta nell’88, per la voglia che aveva di misurarsi con gli oggetti di serie, fatti per l'industria. Ha lavorato con Massimo Morozzi e poi con il Cen­tro Studi Alessi, dove è stata consulente per l'opera­zione Contenitori di memoria, per la quale si è ispi­rata alla esperienza indiana. Dai simboli buddisti, induisti, dai mandala, ha raccolto segni per progettare piccoli oggetti domestici - vassoi, scaldavi­vande, coppe -, sempre motivando e argomen­tando ogni scelta.

Nel frattempo le ho presentato una banda di amici che vive a Trieste, pieni di cuore, di intelligenza e di inesauribili energie. Lavorano da anni dentro il perimetro dell'ex ospe­dale psichiatrico di Trieste; fanno progetti di arredi per i centri sociali, le casette dei vecchi ricoverati e altro, che realizzano dentro la falegnameria dell'ex O.P. Franco Roteili, successore di Basaglia, è il capo­gruppo geniale e Shama, che è andata a Trieste in avanscoperta, ci si è trovata così bene che voleva fermarsi lì per passarci un po' di vita. Diceva che quello era un luogo di unione e di pace.Abbiamo fondato con lei, Adriana e Antonio Villas, Roteili e Alessandro Mendini, un gruppo di progetto per l'habitat sociale che aspetta da mesi una deli­bera comunale per realizzare il primo intervento a San Vito al Tagliamento.

Il nostro programma è ambizioso: portare la bel­lezza nei luoghi in cui si recludono, per una ragione o per l’altra, gli ammalati o gli anziani, i giovani co­siddetti "a rischio" come chi cerca di tirarsi fuori dalla droga, insomma tutti quei soggetti ritenuti de­boli e diversi a causa della loro improduttività, a cui si cedono stanze squallide come celle, sale da pranzo come i refettori delle caserme, lunghi corri­doi che sostituiscono giardini, e luoghi di incontro che non esistono.

Fra l'89, il 90 e il 91, Shama ha viaggiato spesso fra il sud e il nord, ormai nomade per scelta; diceva che essere senza casa le permetteva di stare più vigile per sentire, vedere, ricercare. Così in un grande valigia che si portava sempre con sé, conteneva la sua abitazione: le cose del quoti­diano, i vestiti e gli ornamenti, i libri, gli appunti, i disegni, le fotocopie (di cui andava ghiotta) di sog­getti di ogni tipo: dalle architetture africane, alle conchiglie, alle pitture egiziane, ai sarcofagi etru­schi, alle foto del pianeta terra, eccetera.

Stava lavorando alle case di Corato, il suo paese di origine a pochi chilometri da Bari. Le case, progetti e realizzazione, le ho conosciute dopo la sua morte e non ne so molto. So che hanno un nome, come si dà un nome al bambino che nasce, scelto perché gli sia augurale. Come rafforzare l'identità, quella che Shama chiamava “l'asse dell'abitazione" e la cui ri­cerca era il fulcro dei primi incontri che si svolgevano fra lei e i committenti. Così le case progettate da lei si chiamano: casa alchemica, casa delle coppe, casa dell’albero, casa eliocentrica, casa archeologica. Lavorava a partire dai simboli e le progettava a partire dalle piante. I pavimenti sono sempre disegnati e sono vere mappe che segnano percorsi, luoghi di attenzione, centri di potere, di meditazione, di scambio. In tutte c'è la presenza dei cristalli. Quarzi rosa incastonati nella cappa del camino o che sembrano boccioli di fiori sulla ringhiera della scala, sfere di quarzo traspa­rente sugli infissi sagomati della casa dell'albero e così via. Nella casa delle coppe, al piano sotterraneo, c’è la stanza da gioco dei bambini che ha un pavimento di graniglia fatto con piastrelle di serie leggermente modificate (per non incorrere in gravi costi per i suoi clienti, cosa a cui teneva molto) che raffigura il volto di una donna bellissima: è la dea della casa che presiede le fondamenta della residenza. Me l'ha spiegato la bambina che lì gioca, con senso di orgo­glio e palese contentezza.

Un altro incontro importante che ho avuto con una sua cliente è quello con Maria, che insieme a Mi­chele ha affidato a Shama la realizzazione della loro casa da sposi. E la casa dell'albero. L'albero è l'asse simbolico della loro abitazione, scelto in rap­porto alla loro esperienza e alla loro vocazione alla natura.

Maria mi ha detto che Shama portava loro le imma­gini di molti alberi di diverse culture e raffigurazioni per trovare accordo sulla forma. Perché la forma fosse canale di gioia e consapevolezza per loro. L’albero che hanno scelto, alla fine, è di quelli che si trovano al sud, per esempio nel giardino di Otranto, dove le chiome secondo un’usanza antica sono sa­gomate in volumi geometrici. L'albero, che disegna i pavimenti, conduce nelle stanze,- i sette fiori che ornano la camera nuziale segnano il luogo della fertilità, il paradiso terrestre dei residenti. Poi Maria mi ha detto una cosa molto bella: un giorno che esprimeva a suo marito la paura di do­versene andare da lì non potendosi portare via tutto dalla loro casa, lui l’ha rassicurata dicendole che Shama aveva insegnato loro come si costruisce la propria casa e che questo se lo sarebbero sempre portati con sé. Le case sono attualmente incomplete ma in via di conclusione. A me, in particolare, è piaciuta la casa alchemica: i pavimenti passano dal legno azzurrino al marmo grigio, si spezzano per fare posto a inseri­menti cromatici, segnano percorsi interni che vanno dalla soglia dell’ingresso al centro solare del grande soggiorno fino al camino, luogo del fuoco, istoriato con fossili e cristalli. I perimetri delle stanze perdono la loro ortogonalità e il loro gioco fra un ambiente e l'altro è fluido e molto bello a vedersi.

Nel contributo delle “Fondamenta della città”, mo­stra e libro curati da Tarshito sul tema della fonda­zione (di un villaggio, di un tempio, di una casa), lei dice che una casa può essere una medicina architet­tonica se tutto è in armonia: "sarà un riequilibratore di energie fisiche, psichiche e spirituali se si terranno presenti le leggi meccaniche, le leggi armoniche, le leggi simboliche".

Fra gli ultimi progetti, alcuni appunti sui “mobili orga­nici", oggetti guaritivi, e la serie dei tappeti per i sette chakra. I chakra sono quei centri energetici di­sposti sull’asse della colonna vertebrale che ci met­tono in contatto con l'energia universale,- recettori e propulsori di vita, ci connettono alla terra e al cielo e corrispondono a vari piani di emozione e coscienza dell'essere umano. Quando ho visto i disegni, trovati in una cartellina nell’ultima visita a Corato che ho fatto, sono rimasta profondamente colpita dalla ca­pacità di Shama di visualizzare in modo diretto e immediato concetti come "procreazione purifica­zione emozione potere compassione creatività extransensorialità”. Ma è l'ultimo, quello che corri­sponde al settimo chakra, su cui lei ha appuntato a mano “centro viola, unità, silenzio, spazio eterno, conoscenza", che mi ha fatto tacere, rapita e com­mossa. Per quello che mi è dato di intendere lo leggo come il risultato di un suo momento di totale concentrazione e conoscenza, nato dalla consape­volezza e dalla capacità di esistere in equilibrio fra la vita e la morte, il contingente e l’eterno, la malat­tia del corpo e la salute dell'anima.

Shama funambola fra la Terra e il Cielo.

L'ultimo oggetto realizzato è il tappeto “magico te­rapeutico" che ha mandato alla mostra “Il design delle donne” che si è tenuta a Ravenna nel settem­bre scorso, e che adesso sta girando per l'Italia.

In questo tappeto, stoffa sagomata con parti imbot­tite in rapporto alle zone del corpo, sono applicati cristalli di vari colori. Ogni colore ha una funzione terapeutica, ogni tipo di quarzo ha un suo potere. I cristalli sono la forma ordinata, espressa in configu­razione geometrica, della legge universale che a tutto presiede: per questo sono potenti.

Shama li portava con sé, li regalava, e stava proget­tando alcuni oggetti a partire dalle sfaccettature dei minerali. Ci sono alcuni disegni nel suo archivio. L'estate '91 l’ha trascorsa in Brasile. Lì ha lavorato con le pietre, ha costruito piccoli giardini seguendo i fluidi della terra e cercando orientamento nel sole e nelle stelle. Sempre più precisamente il suo fare e il suo essere canalizzavano saperi straordinari.

“Shamana” è un aggettivo, da fare seguire a "desi­gner”, che si è scelto lei dopo il viaggio in India, e vuol dire proprio colei che, in contatto con l’universo e con le radici della terra, canalizza le energie eser­citando potere di quarigione presso i suoi simili.

In Brasile, al Museo di Arte Moderna di Rio, ha pro­posto l'idea di una mostra che è stata accettata. Nella lettera a Deni Mattar, coordinatrice del Museo, scrive: “Le motivazioni intorno alla modernità si sono esaurite. Siamo entrati in una nuova era in cui in ma­niera più estesa finalmente si riconosce la necessità di un contatto con il mondo dello spirito, di un con­tatto armonico con l'universo e con se stessi”. Tornata in Italia si è ritirata nel silenzio e nella cam­pagna.

Poi è morta. E’ morta in pace. Il suo potere non è finito con la sua partenza dalla Terra, tant’è che pro­prio a partire da quello che lei ha seminato sono già nate delle cose e altre stanno nascendo.

Ad Arezzo, per “Habitat e identità”, una mostra che si è tenuta a fine febbraio, c'era uno spazio intito­lato a lei che Alessandro Mendini le ha dedicato ispirandosi alla conoscenza che di lei ha avuto, alla sua morte, all'enigma, al mistero. E’ una bellissima stanza, carica di segni forti dove due manichini di tessere d'oro, vestiti in costume se­centesco, fanno da guardie del corpo ad una pre­senza, assente proprio nel corpo. Marcello de Carvalho ha inventato per lei una trinità di cristalli - la calcite, la pirite e la fluorite - che ha chiamato “trinità mentale” e che, contenuta in una coppa di cristallo, ha segnato il centro della stanza, spazio dedicato. Gisella Bassanini (ricercatrice presso la Facoltà di Architettura di Milano) ha inserito Shama fra le donne di cui si occuperà nel suo dottorato di ricerca che ha per soggetto "L’architettura femmina, segni e progetti domestici”. Con Vanda, un gruppo di donne della Facoltà di Ar­chitettura di Milano - di cui fanno parte fra le altre Ida Faré, Gisella Bassanini, Marisa Bressan e Sandra Bonfiglioli - ha curato un seminario e una dispensa dal titolo "Osare pensare la città femmina”, dove si elabora il concetto di città come luogo dell'ospita­lità, stiamo preparando un incontro in facoltà che ha come nucleo la ricerca di Shama. Marcello de Carvalho, sviluppando l'idea iniziale accolta dal Museo di Arte Moderna di Rio, si è as­sunto la cura di una mostra, che coinvolgerà più au­tori italiani e brasiliani, dal titolo “Attimo eterno e habitat degli angeli”, che si terrà in Brasile nel '93. Sono tutti progetti alimentati in primo luogo da un suo stimolo, da una sua riflessione.

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