Contributo a “Le cinque vite” di Lisetta Carmi di Giovanna Calvenzi, edizione Bruno Mondadori, 2012

 

  1. In viaggio con Lisetta

L’ultimo biglietto che ho spedito a Lisetta da Plum Village (sede della Comunità dell’Interessere di Thich Nhat Hanh ) diceva “sono consapevole dell’importanza della tua presenza nella mia vita; i fondamenti che ho acquisito nell’ ashram mi permettono di andare ovunque”.

Ho conosciuto Lisetta nel 1981 a Cisternino in Puglia. Lei era la responsabile dell’Ashram  di Baba Ji. Io trentunenne – comunista e femminista -  non cercavo Maestri e spiritualità anche se negli anni affannati dell’adolescenza un piccolo Vangelo era stato il mio porto di silenzio e raccoglimento. Nemmeno Lisetta quando è andata in India,  e si è ritrovata al fianco di Baba Ji amata e accolta senza condizioni, cercava un Maestro.

Il cammino di sorellanza con Lisetta inizia allora, alla ricerca di quella felicità personale che , unica possibile, è tutt’uno con quella collettiva. “ Se tu sei felice anche il mondo è felice” dice Baba Ji.  Ci uniscono la sensibilità alla sofferenza, alla bellezza; l’ operosità, l’attenzione al  prossimo , la necessità di giustizia, l’aspirazione al miglioramento di noi stessi  e del mondo.  Coscienti  che siamo quello che facciamo e che la pace dentro di noi conduce alla pace intorno a noi.

Lisetta, creatura libera e pura che si muove nel mondo senza alcun pregiudizio,  con totale apertura al diverso e  rettitudine esemplare,  è stata la porta migliore che potessi aprire per entrare nella ricerca spirituale.  Ferma nei suoi principi, ancorata a quel senso del divino  che la protegge e la fa sentire parte del Tutto. Gioiosa.  Capace  di trasmettere e farsi capire in “semplicità, verità e amore” a partire dalle esperienze della vita, piccole e grandi.

Mille volte le sue parole, il suo sorriso, la sua voce forte mi hanno sostenuto, ridato coraggio e direzione. “Ciascuno deve essere un esempio per gli altri” , non c’è altra strada; quante volte Lisetta me lo ha ripetuto, per telefono o per lettera ; quelle meravigliose buste che conservo con la sua calligrafia ampia e disegnata, sempre ornate da un timbro con Ganesha che lei, ogni volta,  colora a mano.

Nel corso del tempo ho  cercato-cercato-cercato la mia strada, sempre condividendo i miei passi con Lisetta Janki Rani (i nomi che le ha dato Babaji); sentendoci al telefono la mattina presto o vedendoci a Milano, in Puglia o a Roncegno dove va per mantenersi in salute .

  1. L’ashram di Cisternino

L’ashram è stato per me e migliaia d’altri esseri un luogo di accoglienza e apprendimento. Si trova in Val d’Itria, territorio dei trulli. Ci sono arrivata per caso nell’agosto del 1981. Mi sono fermata perchè era luogo di pace bellezza e solidarietà e perché c’era Lisetta che lo guidava, forte e amorevole.

Per starci dovevamo osservare delle regole.

Le regole mi piacciono: siamo in tanti  e c’è bisogno di rispettarle per armonizzarsi e convivere; da sempre sono attratta dalla vita comunitaria e l’ashram è una comunità di persone che condivide il piacere di stare insieme in “amore semplicità e verità”  meditando con il canto e le varie cerimonie del fuoco, lavorando, mangiando, dormendo.  C’era chi restava mesi, chi pochi giorni , chi veniva in occasione delle vacanze, come ho fatto anche io per tanti anni . Una umanità mista:  poveri e ricchi, malati e in salute, anziani e giovanissimi, devoti  e curiosi. Dormitori per gli uomini e dormitori per le donne. Molta India  negli abiti e nei colori: spesso andavamo in gruppo dal gelataio in paese,  ben visibili anche per quei segni rituali giallo-arancio che avevamo dipinti sulla fronte. Cisternino allora era intatta, una cittadina bianca e  immacolata senza turismo e noi eravamo guardati con curiosità ma mai con ostilità. Lisetta aveva fatto un ottimo lavoro di integrazione con i paesani, il sindaco, i carabinieri e i contadini tanto amati. L’ ashram era diventato parte del territorio, visitato da molti che hanno conosciuto così la Val d’Itria e  hanno acquistato trulli ; tanti si sono trasferiti e vivono lì. Il turismo è decollato.

Le giornate erano scandite dai riti: se volevi cantavi se no ascoltavi ed era bello lo stesso; nel piccolo tempio, quello originario nel piccolo trullo, si entrava suonando la campanella e subito si era accolti dalla grande foto di Baba Ji (fatta da Lisetta) che guarda chi lo guarda, compassionevole e bellissimo. A terra c’erano i cuscini e i libretti dei canti (in sanscrito ), vari strumenti a disposizione di chi voleva suonarli e  fiori. Era bello stare seduti anche da soli; al fresco, profumato di incenso. C’era tanta pace in quel luogo.

Al piccolo tempio era seguita la costruzione del tempio principale - copia conforme di quello di Herakhan (India, ai piedi dell’Himalaia) ; ogni volta che ci sono andata l’ho trovato sempre dipinto con colori diversi: rosa  e bianco, oppure dorato, o con tutti i colori dell’arcobaleno. Tante campane e il suono del  corno che si diffondeva nell’aria. Ci si raccoglieva la mattina all’alba e al tramonto e ci si inchinava  di fronte alle murti, piccole statue che nell’induismo sono considerate “viventi”.  Non ero sola con le mie domande (appartenenza,spiritualità, politica….) altri se le ponevano e Lisetta era presente,  esempio da seguire, libera di sé.  C’era ogni volta che la cercavo: l’amicizia era cominciata.

Fondamento della  pratica dell’ashram è il karma yoga, che Baba Ji e Lisetta dicono essere la più potente delle meditazioni; significa “lavorare senza interesse personale”, essere presenti a quello che facciamo con concentrazione e dedizione. A chi vi soggiorna viene affidato un compito: aiutare nell’orto o  pulire i gabinetti o stare in cucina,  quello che serve.  Il  mantra  Om namah shivaia accompagna le azioni e aiuta a stare nel presente. Più lo si ripete e più la mente si svuota del passato e del futuro.  Alla lettera vuole dire “mi inchino a Shiva”  ma  ciascuno traduce un po’ a suo modo; a me piace interpretarlo come  “ lascio andare … accolgo…  mi apro” , mi aiuta a vedere meglio intorno a me. 

L’ashram era anche luogo di sperimentazione di pratiche ecologiche (allora non me ne occupavo e c’era poca attenzione in giro).  Lisetta è stata una pioniera: dalla ristrutturazione dei trulli con tecniche e materiali locali, alla costruzione di nuovi locali con criteri bioarchitettonici, alla  coltivazione biologica degli ortaggi, all’invito rivolto ai giovani a tornare a lavorare la terra.  All’ashram  è stato ospite anche Masanoba Fukuoka, autore della “ Rivoluzione del filo di paglia “ , agronomo e saggio giapponese che praticava e insegnava un modo di lavorare la terra  senza  snaturarla. Dal Giappone a Cisternino solo perché amava Lisetta e credeva alla funzione formativa dell’ ashram.  Tante persone di grande qualità sono arrivate nel corso degli anni a portare i loro saperi.

Si cucinava in silenzio e si mangiava in silenzio:   alimenti a km zero, esclusivamente vegani ad eccezione  forse  del latte della mucca.  Si utilizzavano le risorse (acqua, gas, energia) con grandissima parsimonia ; ognuno aveva la sua ciotola per mangiare e ci insegnavano a lavarla perché l’igiene fosse garantito senza  sprechi . Acqua, preziosa, più che mai l’estate e in Puglia. E’ stata la prima volta che ho capito che ciò che utilizziamo ogni giorno non è né scontato nè inesauribile.

 

  1.  Lisetta, la libertà di essere

 

Non ama definirsi, ma di sè qualche volta dice  “ Sono ebrea e comunista”  .  Però non l’ho mai sentita dire “ Sono induista” per quanto il suo maestro si sia manifestato in questa tradizione. Di recente le ho chiesto “Cos’ è per te la spiritualità?”  E mi ha risposto “Vivere in verità, semplicità e amore, dire 25 ore al giorno il mantra Om namah shivaia  e fare karma yoga.

Lei incarna nel  sorriso e negli occhi, nel  modo di fermarsi e guardarti, chiarore e gioia profonda. Non si lamenta mai e professa la gratitudine::  “ Fa caldo, fa freddo, dormo o non dormo, ho male ai denti oppure no ma sempre ringrazio di  non essere sotto le bombe e avere l’acqua che sgorga quando apro il rubinetto. Pensa a quei poveri popoli che devono lasciare la loro terra … “  

Essere nel Tutto con agio assoluto le permette di essere nelle cose grandi e piccole con lo stesso grado di  intensità. Stira, lava, stende i panni sulla terrazza con la stessa partecipazione con cui consiglia qualcuno, lavora ad una mostra o legge  “Se questo è un uomo” per l’ennesima volta, tutto d’un fiato.

Da qualche anno non guida più l’ashram ma lo frequenta. Non resta invischiata nei ruoli , è capace di distaccarsi dalle esperienze (quelle di pianista, fotografa, guida spirituale) in un istante. Come il frutto maturo quando cade dal ramo. 

E’ una grande comunicatrice. Le piace raccontare episodi di vita vera per esemplificare quello che vuole dire; mai parla per astrazioni; le esperienze sue o di altri sono le sue parabole 

Sono stata in visita tante volte al suo trullo, dove dal 1981 al 1986 ha vissuto con la mamma quasi centenaria ( a cui avevo fatto una bella intervista registrata).

La ricordo al suo tavolo di lavoro, scrivere tante lettere, infaticabile fin dalle prime ore del mattino. Alle sue spalle le foto del padre e della madre, lui bello e fiero lei bella e malinconica.

Andare in giro con lei a Cisternino è un’esperienza: tutti la salutano; a volte  si ferma a parlare  anche con chi non conosce.

Si veste con lunghe gonne e camicioni che le cuce, con stoffe orientali, un’amica sarta di Cisternino. L’ultima volta che l’ho incontrata aveva una camicia rossa, sgargiante, portata con grande disinvoltura. La sua figura  si è curvata negli anni ma è tutto meno che una donna piegata. Da quando la frequento so che le anime pure non si incarnano per forza in corpi evanescenti, in voci sottili  e in  passi leggeri.

DEDICATO
Lisetta Carmi

Video

Testo  C. M. da Le cinque vite di Lisetta Carmi ed. Mondadori 

Lisetta Carmi /Janki Rani, Babaji e il fuoco sacro del suo ashram di Cisternino , 2017

 
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