ARTIGIANATO DESIGN AUTOPRODUZIONE
Mestieri d'autore

Testo integrale

IL SISTEMA COLLE VAL D’ELSA

A Colle C’è Tutto

 

“A Colle c’è tutto” ce lo aveva detto un artigiano durante la prima visita che facemmo fra le “unità del cristallo” di Colle Val d’Elsa. Questi mesi di lavoro dentro il progetto dei Mestieri ha arricchito quelle parole di punti di riferimento concreti che hanno bisogno di essere valorizzati e resi più visibili per diventare patrimonio comune: forte e riconosciuto dentro e fuori Colle Val d’Elsa.

Per un’altra volta metto al centro il problema della comunicazione, quella effettiva che si sviluppa lì dove ci siano comuni interessi, chiari obbiettivi e cura delle relazioni.

A partire dal riconoscimento delle risorse di ciascuno - il piccolo molatore, l’artigiano che ha viaggiato il mondo, le industrie con le loro diverse missioni, la città con le sue bellezze, il territorio, la vicinanza con Siena - si potrà costituire un sistema di prodotti e servizi che sia frutto di relazioni intensificate, dove già ci siano, e progettate, dove manchino.  L’aderenza a quei caratteri della realtà che sono riconosciuti positivi (IDENTITÀ), insieme all’introduzione di nuovi punti di vista portati da altri che hanno vissuto esperienze diverse ma appropriate a dinamizzare ciò che c’è (SCAMBIO), può diventare quella tipicità necessaria a fare riconoscere “il cristallo di Colle Val d’Elsa” e tutto quello che intorno ci vive: il carattere della gente, il gusto dei cibi, la bellezza del paesaggio, i percorsi della città alta.  Questo patrimonio, fatto dunque di persone e processi e non soltanto di prodotti, sarà motivo di crescita culturale ed economica sia per i lavoratori del cristallo, che per i cittadini di Colle che per gli interlocutori esterni: consumatori o turisti.

Nel corso di questi mesi, e questo è già un risultato positivo che si può attribuire ai “Mestieri”, si sono andati disvelando molti fattori positivi che hanno bisogno d’ora in poi di qualcuno (Centro servizi) che continui a prendersene cura insieme ai vari soggetti coinvolti. Ne cito alcuni con l’augurio che la dimensione comune degli interessi prevalga su quelle ottiche corporative e di campanile che qua, come altrove, esistono:

1) Fra gli artigiani ci sono capacità vive se pure in parte atrofizzate dall’ esperienza del terzismo e da orizzonti mercantili e comunicativi limitati.

E’ stato espresso, da molti, il bisogno di nuovo. E’ stata dimostrata nei fatti la disponibilità a lavorare con i designers.

2) Ci sono buoni rapporti fra le diverse componenti della rete colligiana e disponibilità a “darsi una mano”. Lo dice Giampiero Brogi: se ad uno manca la materia prima o l’altro ha bisogno di fare il controllo di qualità del materiale scatta l’aiuto. A Colle infatti c’è, presso la Calp, un laboratorio avanzatissimo in grado di analizzare la qualità del cristallo. Non potrebbe diventare a tutti gli effetti il laboratorio di certificazione ufficiale del comparto?

3) Nelle industrie, fra gli artigiani, al Comune si conservano macchine, disegni, prototipi, prove di questi decenni di lavorazione. Quella che Mauro Faneschi chiama “esperienza” invitando a ricostruire da lì i lineamenti della tradizione colligiana.

4) Tutti vogliono una scuola che insegni ai giovani il mestiere tradizionale e apra orizzonti progettuali e manageriali. C’è anche chi fa formazione a spese proprie purché il patrimonio di lavoro non si esaurisca.

5) Un gruppo di operatori è al lavoro per sostituire l’annuale fiera del cristallo di Colle con un percorso turistico che unisca le botteghe, alle vetrerie, alla città. E’ opinione comune che Colle e il cristallo vadano fatti conoscere all’esterno con forme articolate di comunicazione.

 

 

Per raccontare del “sistema di Colle Val d’Elsa” ho incontrato alcune persone collegate a tre realtà produttive particolarmente rappresentative al fine di indicare il tipo di rapporti esistenti fra industria, artigianato, design e segnalarne i possibili sviluppi.

 

 

1 - COLLOQUIO CON G. BROGI, IMPRENDITORE

Design E Artigianato

 

Giampiero Brogi è contitolare della Vilca; fra le industrie quella a vocazione più artigianale. Tutta la produzione è manuale, il 50% realizza con lo stampo, il resto a mano libera. Dentro l’impresa il lavoro è organizzato a “piane”, gruppi di tre, quattro persone con al centro il maestro vetraio e attorno i suoi assistenti divisi in una gerarchia che fino a pochi anni fa era difesa con grande severità; fuori gli artigiani molatori che ci finiscono il prodotto attraverso la molatura, il taglio, l’incisione.

 

Perché i molatori sono esterni all’azienda?

Per ragioni di costo e perché ormai la struttura di Colle è fatta così. Ciascuna azienda ha i suoi molatori che si specializzano in determinate lai razioni in base alle richieste che ricevono. Questo vuol dire impoverimento delle capacità e della ricerca.

Di ricerca nel comparto ce n’è pochissima purtroppo.

 

E da voi?

Dieci anni fa abbiamo incominciato a lavorare con i designers, le relazioni più importanti sono state prima con Ambrogio Pozzi e poi con David Palterer. Lui, che vive a Firenze, non sapeva che a Colle si faceva il cristallo e andava in Jugoslavia o in Cecoslovacchia per farsi fare dei pezzi. All’inizio ci ha chiesto degli oggetti per lui, poi noi li abbiamo chiesti per l’azienda e così è nato un rapporto vulcanico. Ci ha portato dei modi di lavorare, ha spinto a diventare più artigiani, a lavorare più artisticamente. Così i  nostri maestri vetrai hanno incominciato a misurarsi con forme insolite e se all’inizio hanno detto “non si può fare “alla fine sono riusciti a realizzare pezzi che sembravano impossibili: questo ha significato una grande crescita. Ma è una esperienza che rimane purtroppo limitata a poche persone. Noi ci stiamo battendo per non fare morire questi mestieri artigiani e facciamo carico a nostre spese della formazione interna.

Al sabato i maestri vetrai vengono in azienda per trasferire le loro conoscenze ai più giovani.

 

Oltre alla ricerca quali altre conseguenze sono derivate dalla vostra apertura al design?

Ci ha costretto a confrontarci con le produzioni concorrenti, portandoci informazioni e sfide: “come mai questo in Svezia lo sanno fare e qui no?”

Dal punto di vista della comunicazione è stato un grande veicolo di notorietà per il marchio. Da quando hanno incominciato a pubblicarci e a chiedere la nostra presenza alle mostre sono venute grandi aziende e altri designers a commissionarci dei prodotti. Altra conseguenza del rapporto con il design è l’ampliamento delle tipologie di prodotto. Fino a dieci anni fa a Colle si faceva un solo tipo di vaso e uno di bicchieri e basta.

Per contro, il risultato economico è modesto perché i nostri canali distributivi non sono idonei ai prodotti di design. I nostri negozi sono quelli di oggettistica da regalo, non sono interessati agli oggetti di tendenza hanno problemi di un turn over rapido dei prodotti e si sa che il design non corrisponde ad un mercato di massa. Oggi che sempre più negozi di arredamento hanno propri reparti di oggettistica varrebbe la pena di tentare una politica distributiva mirata a loro, appoggiata da una buona comunicazione.

Sui mercati nazionali ed internazionali dove vi trovate, avete potuto verificare la competitività del prodotto di Colle Val d’Elsa con quella di altri marchi esteri importanti?

Io amo molto Baccarat e Daum. Hanno una lunga tradizione, conoscevano il cristallo molto prima di noi e hanno coltivato la “qualità “ in tutti i suoi aspetti. In più ci sono investimenti nelle tecnologie che per noi sono fantascienza Da Baccarat, che ha sovvenzioni dallo stato, si usano forni con crogioli al platino che garantiscono un cristallo purissimo. Peccato che costino 4 o 5 miliardi.

In compenso sul piano delle capacità i tre maestri che lavorano con noi, Giannino Ballarini, Adriano Canocchi e Umberto Clanetti, possono sostenere il confronto con chiunque.

 

Come vede l’ipotesi di un “marchio Colle Vai d’Elsa”?

Ci sono a Colle realtà produttive molto diverse fra loro. Per fare un marchio bisognerebbe trovare elementi comuni a tutti. Già venti anni fa si era costituito un “polo del cristallo“ che si occupava degli acquisti in comune e di altri problemi dell‘area, poi è finito per gli egoismi delle varie imprese.

Oggi abbiamo fra noi relazioni favolose, non si tratta più di egoismo, ma di differenze a cui trovare un comune tessuto di interessi.

 

Ipotizzando un “centro servizi” comune a tutti su cosa punterebbe l’attenzione?

Sulla formazione, sulla comunicazione e sul rapporto fra industria, artigianato e design.

 

2- COLLOQUIO CON M. FANESCHI E S. PACCIANI, DIRIGENTI CALP Automazione E Grandi Mercati

 

Mauro Faneschi è amministratore delegato della Calp e Stefano Pacciani è assistente di direzione.

La Calp è il colosso di Colle Val d’Elsa. Nata e nel 1967, ha di fatto determinato con le sue scelte il destino della maggioranza delle aziende artigiane del territorio colligiano. Quando le cose an­davano bene per la seconda lavorazione manuale tutti lavoravano nel­l’abbondanza, quando i costi della molatura manuale sono saliti tanto da determinare prezzi al pubblico poco competitivi, l’automazione ha sosti­tuito gli artigiani e in tanti si sono trovati senza lavoro. Alcuni si sono ri­volti ad altri poli produttivi del vetro, altri hanno chiuso, altri, ma è un fe­nomeno degli ultimi cinque anni, hanno acquistato prodotti lisci dalle in­dustrie, personalizzandoli con incisioni e vendendoli direttamente den­tro al proprio laboratorio trasformato per l’occasione in piccolo show-­room.

Oggi alla Calp c’è un solo reparto per il “tagliato a mano” ma anche qui ultimamente sono arrivate due macchine automatiche.

Abbiamo installato queste due macchine che possono sostituire molti tipi di taglio manuale, riuscendo così a diminuire considerevolmente i costi. Il mercato del tagliato si stava assottigliando anche per la concorrenza di paesi emergenti, il Messico, l’Indocina, l’India, dove il costo della manopera è bassissimo.

Non c’è mercato che chiede un recupero della manualità nel prodotto?

C’è ma non è il nostro mercato.

In quali punti del processo produzione - commercializzazione oggi esiste un rapporto fra voi e gli artigiani?

Nella parte residua del tagliato a mano che copre oggi meno del 12% del no­stro fatturato e nella vendita di prodotti lisci ad artigiani locali che li in­tagliano, od artigiani di Empoli, dove li serigrafano e applicano vetri colo­rati, della Campania dove li incidono e decorano in oro.

 

Come vedete il destino dell’artigianato locale anche in relazione all’ini­ziativa dei Mestieri d’Autore?

Dobbiamo essere realistici e renderci conto di quale è il punto di parten­za. Qua non ci sono molti artigiani, per la maggior parte ci sono lavora­tori a domicilio che non hanno mentalità artigiana. Gli artigiani negli anni 70 si sono appoggiati alla monocommittenza connotandosi come terzisti dell’industria ed è a quel punto che hanno commesso l’errore più grosso, quello di non gestire autonomamente perlomeno una parte della loro produzione. È rimasto in attività chi ha coltivato le proprie carat­teristiche. C’è poca creatività locale a livello del disegno di prodotto e dei decori, il gusto si evolve difficilmente, rimane tradizionale nel tem­po. Un obbiettivo credibile è quello di abbinare all‘artigiano, il desi­gner: design e qualità sono motivi di affermazione sui mercati.

Una pro­duzione di gusto che parta da prodotti di base a basso costo per non arrivare a prezzi troppo elevati al consumatore. Prodotti seriali, cioè, con interventi progettati da design e artigiani, eseguiti dall’artigiano su piccola serie: rappresenterebbe una novità assoluta a livello internazio­nale. Ciò non significa che le poche aziende che producono modelli ama­no non debbano continuare, ma questi costituirebbero la punta di dia­mante della produzione artigianale di Colle Val d‘Elsa.

 

Il vostro marchio più diffuso è il Royal Crystal Rock di sonorità anglo­fona. L’ultimo in ordine di apparizione si chiama invece Da Vinci. Ciò significa che state scegliendo di richiamarvi alla cultura toscana, alla tipicità della tradizione italiana e locale? Che quindi l’artigianalità, non come processo ma come cultura, può essere anche per la grande industria un veicolo di promozione?

Il RCR nasce nel ‘67 con la Calp, in un periodo di esterofilia, il marchio con sonorità straniera ci dava una connotazione più nobile e ci aiutò molto ad esportare. Da Vinci si rifà alla tradizione, alla creatività in­gegneristica dell‘artigianato toscano.

Oggi c‘è spazio per questo e ce lo dimostra il buon successo della linea.

 

Dalla mostra in poi cosa vorreste che accadesse?

In primo luogo che si incentivasse la progettualità di questo settore. Poi che si costituisse un centro di servizi e ricerche che attivi iniziative e scambi con tutte le componenti del comparto.

A partire dalla connotazione dell’ “azienda Colle Vai d Elsa”, potrebbe es­sere sviluppata una molteplicità di gamme di prodotto ciascuna con carat­teristiche proprie.

 

Quale sarebbe il vostro interesse in un Centro di ricerca?

Se da lì, in collegamento con l‘artigianato, si sviluppasse un gusto specifico che desse al prodotto nuove valenze non potrebbe che interessare anche noi.

Un’impressione che ho è che ci siano molti nuclei di sapere sparsi che varrebbe la pena di raccogliere in un centro comune: dalle ricerche di mercato, alla documentazione dei prodotti...

Con il Comune stiamo pensando ad un luogo dove raccogliere la documen­tazione sui prodotti ma anche sulle tecnologie; più che un museo qualcosa che rappresenti l’esperienza di questi anni.

Mestieri d ‘Autore potrebbe essere l’occasione per stimo lare il lavoro in que­sta direzione, per questo lo abbiamo appoggiato. La mostra di Siena deve segnare l’inizio di una nuova fase di lavoro comune, altrimenti non sarà servita a niente.

fuori dalle fabbriche per perché guardavo, appuntavo, imparavo.

 

Lavorare con una grande industria come la Calp è motivo di aggiornamento o di frustrazione?

Loro hanno esigenze continue di innovazione e io devo andargli dietro. Mi chiedono pareri sui tagli, seguo i tecnici per le modifiche alle macchine, collaboro ai prototipi.

E per le sue creazioni? Quali sono le sue fonti di ispirazione?

Mi ispiro a quello che vedo; via via mi viene in mente qualche cosa di diverso e lo faccio.

 

Cosa pensa degli altri artigiani di Colle?

In molti hanno fatto i terzisti e in molti hanno chiuso. Agli artigiani io di­co sempre “metti su la tua bottega”. L’artigianato è come una pulce, devi vivere nelle pieghe dell’economia, lì c’è spazio. L ‘artigiano di Colle deve ac­corgersi di se stesso, collaborare con se stesso.

 

Ma le macchine non stanno sostituendo la lavorazione manuale?

Non è che l’industria vuole distruggere l’artigiano è che il tagliato a mano costa troppo. L’artigiano deve diversificarsi dall’industria, andare nelle cose eccezionali. Sono pochi i particolari delle cose mie che la macchina po­trebbe fare; quando penso a qualcosa di nuovo non vado mai dove potrebbe andare la macchina. E’ importante che il mio vaso a mano non possa essere paragonato per nessuna ragione a quello industriale.

 

Come vede la collaborazione con il design proposta da Mestieri d’Autore?

Positiva. C’è bisogno che i maestri artigiani e i designers lavorino insieme per trasmettere idee alle nuove leve. A volte fra te e il vaso che vuoi tagliare c’è un muro e non lo sfondi. La scuola ti apre questa parete. La scuola non deve imporre modelli ma mettere in movimento la testa, in questo senso è bene che ci sia il design che porta cultura e attualità.

 

Il design può dare contributi sui tipi di taglio, di decoro o anche sul pro­dotto di base?

Se lavoro su una forma bella si valorizza anche il mio lavoro, se il pezzo è morto diminuisce il valore.

 

A Colle i pezzi lisci che si trovano sono belli o morti?

La maggior parte io li faccio fare su disegno mio, comunque di roba da sce­gliere ce ne è.

 

Il piccolo artigiano può commissionare propri modelli?

No per ragioni di costo, ma per questo ci dovrebbe essere il centro servizi che progetta e commissiona modelli per più artigiani riuniti.

 

Secondo lei la collaborazione fra design e artigiano è alla pari?

Alla prima riunione dei Mestieri d’Autore, quando presentarono il pro­getto, ci dissero “il design dà la possibilità all‘artigianato di firmare il pez­zo. Calma, siamo noi che diamo la possibilità al design di firmare il pezzo con noi! L‘attività dell‘artigiano non deve essere sottovalutata; fino ad og­gi è stato un po’ troppo sfruttato, messo ai margini, visto come un esecutore e non come uno che contribuisce al progetto. Ci sono molte colpe anche da parte degli artigiani che hanno difeso così poco il loro lavoro da addormen­tarsi nel terzismo.

 

 

 

3 - COLLOQUIO CON A. BACCI, ARTIGIANO

 

Artigianato E Ricerca

 

La definizione di “artigiano ricercatore” mi viene, e la comunico a lui che annuisce, mentre ascolto la sua storia. Iniziata nel 1948, all’età di quattordici anni alla vetreria Boschi, la sua esperienza si snoda poi in stretta relazione con gli eventi di Colle Val d’Elsa. Fra chiusura e apertura delle vetrerie, buona e cattiva sorte, lui coltiva il suo carattere senza soccombere alle crisi. Con la pratica e l’attenzione a chi ne sa di più, si fa abile a tal punto che gli viene affidato il più grosso reparto di moleria di Colle. Di passo in passo e di fatica in fatica, si arriva ad oggi: è titolare della Macril, moleria di 65 dipendenti, impresa autonoma ma collegata alla Calp dove lavorano persone che, dice lui, “sanno molare benissimo ma adesso imballano i bicchieri”. Titolare della Laic che oltre a lavorare per conto terzi, produce e commercializza in pro­prio; lui la chiama il “mio reparto sperimentale”.

Lavora nella bottega a Colle alta dove crea i suoi pezzi (e guai a chi in­terferisce sul suo lavoro di creazione). A Siena ha un negozio di oggettistica dove vende cose sue e di altri osservando del mercato il gusto e le scelte d’acquisto.

Progetta le macchine che gli servono e le fa fare secondo bisogno. E’ la dimostrazione vivente, perciò, di come l’artigianato possa essere interpretato secondo tanti possibili modelli di sviluppo.

 

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