ARTIGIANATO DESIGN AUTOPRODUZIONE
Interculturalità

 

Ho scritto “ Perchè sì”,  sorta di manifesto a favore dell’artigianato dopo molti anni e molte esperienze - a fianco degli artigiani, dei designers e delle istituzioni - in progetti di valorizzazione dei saper fare territoriali. La prima esperienza, dal 92 al 94, in Toscana  con François  Burkhardt e la Camera di Commercio di Siena, per la valorizzazione dei mestieri tradizionali della provincia di Siena.  Poi, dal 1994 al 1999, in Auvergne, magnifica e appartata regione della Francia centrale, dove ho vissuto e lavorato con una comunità di artigiani e ho collaborato con  il Dipartimento regionale del Ministero della Cultura, gli Enti Locali e il Musee Mandet di Riom ad introdurre l’idea di una possibile alleanza fra design & artigianato locale. Infine, dal 2000 ad oggi,  ho collaborato con Tarshito, designer, e Daniela Bezzi, curatrice, alla realizzazione della mostra “Dalla terra all’oro” tenutasi a Delhi al Crafts Museum a conclusione di un anno di lavoro con artigiani indiani di varie provenienze e specialità. Da queste esperienze ho ricevuto molte conferme e  anche  qualche delusione, utile alle necessarie correzioni di rotta.

E’ grazie alle grandi differenze di contesto in cui si sono svolte le attività (anche la Francia e l’Italia pur confinanti sono due mondi non facilmente assimilabili) che oggi posso dire che l’interesse per le tradizioni, per i saper-fare, per i tempi e i modi dell’ingegno umano,  per il contatto con la materia, per la cura delle risorse dei territori sono parte di un vissuto comune  a tanti esseri umani, al di là dei paesi di appartenenza.

 C’è nell’artigianato un nucleo di universalità che può davvero unire nel profondo; è  là che  creatività, sapere e fisicità possono incontrarsi. 

Purtroppo esistono  anche molti elementi problematici che accomunano gli artigiani del mondo: come sopravvivere? come  conservare qualità? come rinnovare modelli? come incontrare il mercato? A chi trasferire il proprio sapere?

Ciò è vero in Italia  dove gli artigiani rischiano di diventare terzisti delle industrie; ma è vero in India dove cultura ed economia  del villaggio,  nutrite dalla piccola agricoltura e  dall’artigianato, vengono sacrificate ad un modello di sviluppo per grandi numeri che arricchisce  i pochi e affama i molti; è vero anche in Francia dove gli artigiani rischiano di diventare parte  del folklore locale, animatori di feste paesane o, nella migliore delle ipotesi, fornitori di qualche bel museo del territorio.

Per affrontare questo ordine di problemi credo che l’artigianato e  il design potrebbero darsi una mano e approdare ad una reciproca valorizzazione. Intendo qua per artigianato un sistema di sapere legato alle tradizioni e alle risorse dei luoghi e per design un’area di conoscenza che include il progetto ma anche la conoscenza dei linguaggi contemporanei,  del mercato, della comunicazione e in molti casi anche della piccola imprenditorialità. Reciprocità vuol dire conoscenza e dialogo e ricerca di spazi di comune intenzionalità e pratica, serve ribadirlo perché troppi e infruttuosi sono stati i tentativi di “risanare” territori e aree artigianali con interventi colonizzatori da parte del mondo del design o del marketing; estemporanee iniziative “via fax” dove il designer  crea nell’ignoranza dell’altro e l’artigiano esegue nella frustrazione di una autonomia violata. E’ un dialogo che ha bisogno di tempi e  incontri, che necessita di spazi idonei e che le istituzioni hanno il dovere di incentivare con la creazione di scuole, aree di ricerca,  incentivi economici, spazi museali, gallerie, forniture di servizi e consulenze territoriali. Creare comunanza di intenti fra designers e artigiani, fra maestri e apprendisti, fra istituzioni e mercati, fra memoria e contemporaneità è un grande obbiettivo di civiltà.

 
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